Come una formica nelle Gole del Todra

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Gole del Todra – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

Pensieri e passi nelle Gole del Todra.

A bordo di una jeep, stile safari africano, ci si addentra in una di quelle gole ruvide che tanto piacciono agli amanti dell’avventura: le pareti salgono forti, pinnacoli di un Duomo sconsacrato che gratta le pareti del cielo come se volesse fargli il solletico. Nel guardare su ci si sente piccolini e, nonostante un senso di pace si impossessi dell’udito, della mente, della pelle, questa fermata dentro una culla, non permette di stare troppo coi pensieri tra le nuvole, anzi, è il posto in cui i miei piedi mi hanno chiaramente definito che sono un essere vivente della terra.

I sassi e poi gli slalom dentro quel sentiero perso, eppure così ben definito, la grandezza di questa Natura per me così piena, bella, il cui peso mi sconvolge ogni giorno, mi portano, sì, lontano, in un luogo senza tempo ma anche a starci dentro con le scarpe.

Infangata, sgualcita, piena di entusiasmo e con la voglia di farmi bruciare dal sole, di sentire che non sono solo una visitatrice ma un abitante del mondo. E in questo momento delle Gole del Todra.

Perché la cittadinanza in fondo è legata ai sentimenti non al luogo in sé.

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Gole del Todra – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

Viaggiare nelle terre di altri cambia il nostro sguardo

Questo pensiero te lo porti dentro e quando incontri un turista a casa tua sai che ha bisogno di sentirsi accolto, lo sai perché sei stato lui, lui nei suoi luoghi, lui nelle sue tradizioni, solo, qualche chilometro più in là.

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Gole del Todra – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

I villaggi incontrati sono un altro vagone, quello più umano, quello che si può toccare. Villaggi di fango che rappresentano tutto quanto dovrebbe voler dire comunità. E villaggi di tende che ripetono all’infinito l’eco di quanto già detto su questa terra e sulle Gole del Todra, nello specifico.

Nella vita dei nomadi si diventa nomadi, fra pelli e ossa di animali esposti al sole che raccontano una vita diversa dalla tua. E poi tutto quel viaggiare tra ostacoli e rocce, panorami prima rossi poi ambrati, poi di nuovo verdi, fa salire nello spirito una crescita interiore importante che però ha un senso se tu glielo dai. Altrimenti rischi di mangiare la pasta in Marocco invece di ingozzarti di cous-cous.

 

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