Una volta varcata, Merzouga è suspance!

Merzouga
Merzouga – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

Una porta spirituale chiamata Merzouga

Lasciata alle spalle Er Rachidia si guarda a un luogo in cui il tempo sembra non esistere, Merzouga, una delle tante porte di accesso al deserto circondate di dromedari, di uomini in abito blu cobalto e di alloggi dalla tipica forma circolare, che rimandano alle tende berbere.

In uno di questi alloggi, con tanto di piscina al centro, si possono lasciare le valigie perché, da lì, inizia il viaggio in groppa ai dromedari fino al centro del deserto di Erg Chebbi.

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Merzouga – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

So già che sarà una delle esperienze più incredibili della mia vita. Il Sahara ti entra dentro e, come un secondo spirito, resta lì, non se ne va via.

Le dune appaiono, scompaiono, ruotano intorno, non si ha mai la sensazione di salirle o scenderle e, se non fosse che lo sto vivendo e che è reale, direi di stare su una di quelle giostre con i cavalli che gira in tondo e ti fa perdere l’orientamento.

A mano a mano che i dromedari ci conducono attraverso il soffio di sabbia, il paesaggio subisce cambiamenti di grande impatto emotivo. Mi viene di paragonarlo a un pentagramma dove le note si alzano, si abbassano, si distendono, costruiscono una musicalità unica nel suo genere. Fino all’atto finale in cui le note sono protagoniste assolute.

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Merzouga lungo il deserto di Erg Chebbi – PhotoCredit: Turisti per caso

Ondeggio sopra il dromedario e la mia ombra come quella delle persone che mi precedono e mi seguono si proietta allungata sulla sabbia d’oro, siamo come quelle catene di omini che si ritagliano per le feste dei compleanni e poi si appendono al soffitto.

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Merzouga lungo il deserto di Erg Chebbi – PhotoCredit: Emanuela Gizzi

L’amico dromedario

Quattro ore di silenzio. Quattro ore in cui il mio pensiero oltre che vagare tra i granelli di sabbia va ai poveri animali che ci stanno portando fino all’accampamento berbero. Mi domando se siano trattati bene, se bevano abbastanza, se vengano accarezzati, qualche volta, da chi li usa per guadagnare. Mi domando se io non stia prendendo parte al loro sfruttamento o se, invece, alla loro salvezza, visto che in Marocco, a quanto pare, un animale deve essere utile, altrimenti non ha valore.

Devo dire che sto soffrendo molto lo stato in cui versano gli animali. È una di quelle note negative di questo viaggio.

Non perdere il prossimo articolo: l’incontro con una tempesta di sabbia.

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